Fiorinto1 Il mondo perduto di Fiorinto Cuppone

La mia cara amica dell’infanzia Vanda, grazie ai social, ci siamo ritrovati dopo sessanta anni: il tempo non è riuscito a corrompere il nostro rapporto di amicizia sincero e profondo.

E’ rimasta intatta la gioia di condividere il nostro tempo, le esperienze ed i ricordi.

Insieme a lei ed a mia sorella Rossana ho trascorso i giorni più belli e spensierati della nostra infanzia; allora l’unico pensiero era il dettato della maestra, soprattutto quando sopraggiungeva quello punitivo, a ristoro di qualche nostra monelleria.

Il dettato era volto a verificare le nostre conoscenze ortografiche, era del tipo : lo squalo, il cubo, il quaderno, l’acqua, il taccuino, a soqquadro, la polizia, la pazzia, ho mangiato una mela, questo o quello, né ora e né mai, ne vado fiero, là in fondo, la mano, lei mi dà un foglio io le do la gomma, il cannocchiale e via di questo passo,

Per tutta la durata della scuola elementare, la mia famiglia si trasferì in una località di campagna – Ghigiano – sperduta tra le colline di Gubbio .

A quell’epoca la natura era per me un’entità sconosciuta ed alle volte inquietante; Vanda, che era nata lì, mi fece da guida nella sua conoscenza; la prima volta che udii il tubare dei colombi, non sapendo a chi attribuire quel suono- forse ad un serpente?! - mi spaventai, ma lei mi rassicurò subito : < Non ti preoccupare, quello è il canto dei piccioni>.

In tal modo imparai a conoscere quello della tortora, del cuculo, della civetta, del gufo, del fagiano, della cornacchia, della rondine e della cinciallegra.

Indimenticabili i veglioni invernali in cui si riunivano due o tre famiglie per ballare, ascoltare la musica, mangiare i dolci; per noi bambini era l’occasione per iniziarci al ballo.

Un’altra occasione per stare insieme era la scartocciatura - sempre in inverno - del granturco al calduccio della stalla ed alla luce brillante della lampada all’acetilene, la corrente elettrica negli anni sessanta del secolo scorso non era ancora arrivata a Ghigiano.

In quell’occasione il nonno di Vanda, Luigi, ci narrava delle storie paurose che probabilmente inventava lì per lì, ma che avevano l’importante funzione educativa di metterci in guardia contro la malvagità.

La mietitura, nei campi più scomodi in pendenza, si faceva ancora a mano, per festeggiarne la conclusione la nonna di Vanda, Maria, organizzava delle tavolate conviviali; il menù era quello tipico delle zone di campagna di allora : tagliatelle al sugo d’oca – non ne ho più mangiate di così buone – misto di carne arrosto ed erbe dei campi , ed il tutto annaffiato da del buon vino.

La vendemmia era un momento di lavoro gioioso e comune. La vite veniva allevata maritata all’acero e dai rami dell’albero pendevano le “ trecce “ sapientemente realizzate con i sarmenti del vitigno Trebbiano toscano. Le trecce erano cariche di grappoli dolci e dorati, venivano vendemmiati e posti in dei “ bigonci “ di legno che caricati su una “ treggia “ trainata da una coppia di buoi venivano trasferiti in cantina. L’ammostamento dell’uva si effettuava con una semplice pigiatrice a rulli e si mettevano a fermentare insieme nel tino: il mosto, le bucce ed i raspi. Nei primi giorni l’odore della cantina era nauseabondo a causa dell’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del mosto, ma dopo qualche giorno assumeva il tipico odore vinoso. Il vino nuovo si assaggiava per la festa di S.Martino - l’undici novembre - era ancora immaturo e sgraziato, ma si aveva la pretesa di poter intuire quale sarebbe stato in primavera. Pur se fatto ogni anno con la stessa uva, di anno in anno il sapore del vino cambiava, non era mai lo stesso; i lieviti naturali della fermentazione ogni anno erano diversi da quelli dell’anno precedente perché provenivano da varie zone del mediterraneo. Quando si iniziava a consumare metodicamente il vino in primavera, aveva un sapore del tutto diverso da quello assaggiato in novembre. A quell’epoca per me era uno dei misteri della natura.

E’ un mondo che esiste ormai solo nei ricordi, ora la maggior parte delle operazioni colturali agricole è meccanizzata, non si ha più bisogno della solidarietà e della collaborazione degli altri. Oggi è più probabile avere con i vicini un rapporto conflittuale a causa di una disputa su un confine, sulla manutenzione di una strada vicinale, su un diritto di passaggio, ecc, ecc